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Quella
da Pavese chiamata il "Salto" è la collina speculare a Gaminella
che costeggia la strada per Canelli. Ma è diversa da Gaminella,
più aspra, più secca, meno rigogliosa: "...la collina
del Salto, oltre al Belbo, con le creste, coi grandi prati che sparivano
sulle cime. E giù in basso anche questa era tutta vigne spoglie,
tagliate da rive, e le macchie degli alberi, i sentieri, le cascine
sparse erano come le avevo veduti giorno dopo giorno, anno per anno,
seduto sul trave dietro il casotto o sulla spalletta del ponte".
Canelli
"porta del mondo" è vicina, appena dietro la curva, continuamente
percepibile come il confine ultimo: "Canelli mi piaceva per se stessa,
come la valle e le colline e le rive che ci sbucano. Mi piaceva perchè
qui tutto finiva, perchè era l'ultimo paese dove le stagioni
non gli anni si avvicendano".
E' sempre Canelli de "Il mare", del primo approccio incantato dei ragazzi
che cercavano la via della fuga.
"In fondo ai platani c'erano le prime ville di Canelli, e noi entrammo
giocandoci intorno. Non so perché, camminavamo mica sul marciapiede
ma nel mezzo della strada. Così tutti capivano che venivamo da
fuori.
Gosto parlava sempre, non sapeva che a quell'ora era bello guardare.
A me piacciono i balconi e i terrazzini sopra i vicoli, perché
dei fiori come hanno a Canelli non li avevo mai visti.
Guardavo da tutte le parti, guardavo la gente che andava e veniva. Sulla
piazza trovammo una fontana come quella di Alba,
e corremmo a berci...
Terrazzi, giardini e balconi se ne andavano ad ogni svolta, e io in
principio li guardavo, specialmente le piante e le foglie che avevano
un colore mai visto.
Era un'ora quella, che nessuno passava, solo qualche biroccino. Fermandosi,
di là dalle siepi si sentiva la vigna e si vedevano le canne:
è questa la bellezza di Canelli. Sembra di essere lontano, in
un paese diverso, e la collina non è più la collina, anche
il cielo è, più chiaro come quando fa sole e piove insieme,
ma la campagna la lavorano e fan l'uva come noi".
Il Belbo, nelle cui acque allora immacolate si andava a pescare e a
fare il bagno, separa nettamente la due colline di Gaminalla e del Salto,
con in mezzo la piana delimitata da lunghe file di pioppi (che Pavese
chiama con dialettismo "albere")
Anche le sue rive dalle due parti sono diverse: "dalla Mora si scende
più facilmente a Belbo che non da Gaminella, perché la
strada da Gaminella strapiomba sull'acqua in mezzo a rovi e gaggie.
Invece la riva di là è fatta di sabbie, di salici e canne
basse erbose, di spaziosi boschi di albere che si stendono fino ai coltivi
della Mora".
Una passerella
che oggi non c'è più, metteva in comunicazione i due mondi:
"Traversammo l'alberata, la passerella di Belbo, e riuscimmo sulla strada
di Gaminella in mezzo alle gaggie".
Solo il
treno con le vecchie locomotive a vapore, ormai in disuso, interrompe
ilritmo di questo mondo chiuso tra le colline, dove il tempo si misura
secondo il ritmo delle stagioni. Il fischio del treno sulla ferrata
"che sera e mattina correva lungo il Belbo", porta con sé la
curiosità del mondo oltre le colline e l'inquietudine della fuga,
fa pensare "a meraviglie, alle stazioni e alle città", interrompe
l'andamento statico e contemplativo del romanzo.
"Sentivo
tra i peschi arrivare il treno e riempire la vallata filando o venendo
da Canelli, in quei momenti mi fermavo sulla zappa, guardavo il fumo,
i vagoni...
Fu Nuto che mi disse che col treno si va dappertutto e quando la ferrata
finisce cominciano i porti, e i bastimenti vanno a orario, tutto il
mondo è un intrico di strade e di porti, un orario di gente che
viaggia..."
La stazioncina
di S. Stefano Belbo, da dove arrivano e partono i personaggi pavesiani,
è ancora la stessa con i suoi binari.
Solamente non è più in funzione ed è circondata
da un senso penoso di trascuratezza, come un luogo fuori dal tempo,
un relitto, una nave arenata, lasciata in abbandono.
Ma se
Anguilla pensa alla fuga, una diversa inquietudine divora le figlie
di Sor Matteo, avide di vita e di esperienze, ricche ma non ancora abbastanza
per figurare tra gli ospiti fissi delle feste che si tenevano al Nido,
la casa dei nobili di città, dei veri signori, un gradino più
in su, nella gerarchia sociale, della Mora.
"E allora
cominciai a chiedermi che cosa dovevano essere le stanze e il giardino
del Nido, di quell'antica palazzina, perchè Irene e Silvia morissero
d'andarci e non potessero.
Si sapeva soltanto quel che dicevano Tommasino e certi servitori, perché
tutto quel fianco della collina era cintato e una riva lo separava dalle
nostre vigne...
E alzando la testa dallo stradone sotto il Nido, si vedeva tutto un
fitto di canne bizzarre che si chiamavano bambù.
Tommasino diceva che era un parco, che intorno alla casa c'era tanta
ghiaietta, più minuta e bianca di quella che il cantoniere buttava
a primavera per lo stradone.
Poi i beni del Nido andavano su per la collina dietro, vigne e grano,
grano e vigne, e cascine, boschetti di noci, di ciliegi e di mandorli..."
"La palazzina
del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani, profilata sulla costa dell'estrema
collina" (del Salto), domina, con la sua inconsueta architettura, tutta
la valle.
Si trova
sotto il territorio di Canelli e la sua ubicazione, di difficile accesso,
ha preservato la casa e i terreni circostanti da ogni trasformazione.
E' certamente uno degli itinerari più suggestivi che conduce
fino a Canelli passando attraverso la frazione di S. Antonio (da Pavese
chiamata Sant'Antonino).
Una sera
Anguilla accompagna con il biroccio le sue emozionatissime padroncine
ad una festa al Nido e la casa, vista con gli occhi stupiti del povero
servitore, diventa il luogo inafferrabile del sogno e della meraviglia.
"Ma quando
a mezzanotte entrai fra le altre carrozze in quel cortile - vista da
sotto la palazzina era enorme e sulle finestre spalancate passavano
ombre d'invitati - nessuno si fece vivo e mi lasciarono in mezzo ai
platani un pezzo.
Quando fui stufo di ascoltare i grilli - anche lassù c'erano
i grilli - scesi dal biroccio e mi feci alla porta...
S'aprì una porta e sentii ridere molti.
Su tutte le porte, in quella sala, c'erano delle pitture di fiori e
per terra dei disegni di pietra, lucidi.
La ragazza tornò e mi disse che potevo andar via, perché
le signore sarebbero state accompagnate da qualcuno.
Quando fui fuori rimpiangevo di non aver guardato meglio quella sala
ch'era più bella di una chiesa.
Portai a mano il cavallo sulla ghiaietta che scricchiolava, sotto i
platani, e li guardavo contro il cielo - visti da sotto non erano più
un boschetto, ma ognuno faceva lea da solo - e sul cancello accesi una
sigaretta e venni giù da quella strada adagio, in mezzo ai bambù
misti a gaggie e tronchi strambi, pensando com'era la terra, che porta
qualunque pianta".
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