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La
sua casa natale, in cui i genitori trascorrevano le villeggiature estive,
è un po' fuori porta, sullo "stradone" per Canelli.
L'architettura della casa, in cui non c'è più l'originario giardino, si discosta da quella tradizionale contadina, denota già un gusto da piccola borghesia provinciale trapiantata in città. Da molto tempo non appartiene più ai Pavese; fu venduta in seguito alla prematura morte del padre e ha cambiato, da allora, diversi proprietari che l'hanno variamente trasformata. Attualmente è sede di un museo di ricordi pavesiani. La lapide è firmata "la gente della sua terra" e il testo, molto ben scelto, è tratto da "Il mestiere di vivere": "La mia parte pubblica l'ho fatta - ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti".
Anche se Pavese non ebbe mai una casa veramente sua (a Torino coabitava
con la sorella sposata) e quindi un luogo dove riunire la biblioteca,
le carte e i libri (parte dei quali conservava all'Einaudi), è
indubbio come questo edificio, pur con gli intervenuti mutamenti, conservi
un forte valore emozionale. "Ritrovarmi
davanti e in mezzo alle mie colline mi sommuove nel profondo... immagini
primordiali come a dire l'albero, la casa, la vite, il sentiero, la
sera, il pane, la frutta, ecc.
Il paesaggio dell'infanzia, quel mondo fantastico di vigne, rive e colline,
perduto con la vendita della casa ma pensato e sognato dalla città,
fu il vivaio di materiali cui lo scrittore attinse poi per la sua officina
letteraria come ci testimonia una sua lettera da S.Stefano Belbo del
25 giugno 1942: "Mi metto dunque, stamattina, per le strade della mia
infanzia e mi riguardo con cautela le grandi colline - tutte, quella
enorme e ubertosa come una grande mammella, quella scoscesa e acuta
dove si facevano i grandi falò, quelle ininterrotte e strapiombanti
come se sotto ci fosse il mare - e sotto c'era invece la strada, la
strada che gira intorno alle mie vecchie vigne e scompare, alla svolta,
con un salto nel vuoto.
La campagna delle Langhe
- una campagna non generica ma ben caratterizzata - costituì,
dal laboratorio cittadino, un prezioso serbatoio di temi su cui fondare
la creazione artistica in senso mitico: "Bisogna che i paesaggi vivano
come persone, come contadini, e cioè siano mitici. "Le Langhe non si perdono", confida il cugino de "I mari del Sud" salendo la collina di Moncucco, punto panoramico di S. Stefano Belbo da cui si domina tutta la valle del Belbo. "Camminiamo
una sera sul fianco di un colle, Il faro che scorge in lontananza è la Vittoria alata che regge un lume intermittente (alta 18 metri e mezzo) con epigrafe di Gabriele D'Annunzio, dono di Giovanni Agnelli nel 1928, poco prima della poesia che apre la raccolta di "Lavorare stanca". Così le Langhe entrano prepotentemente, con precisa determinazione geografica, nei primi scritti di Pavese. Nei racconti giovanili di "Ciau Masino" c'è tutta la valle del Belbo, da S. Stefano fino a Castino.
Salendo da Cossano Belbo per Castino c'è ancora a metà
strada la fontana di Scorrone (che Pavese chiama Scarrone): "Passavo
allora allo Scarrone, a mezza costa per Castino - qualche casa, niente
di più, ma allo Scarrone c'è la fontana d'acqua igienica
- Masin non seppe mai perché - e venivano fino da Alba
o da Asti in comitive per berne.
La fontana esiste ancora, anche se una struttura moderna in cemento
ne ha modificato i caratteri originari. Da Scorrone si sale ancora di poche curve e si arriva a Castino, paese di alta collina che fa da spartiacque tra le due valli del Belbo e della Bormida. "Si
trovò al mese di agosto in cima alle alte colline che dividono
dal Belbo la vallata della Bormida.
Le alte colline formano una quinta di grande effetto.
Questa fotografia tanti anni dopo ispirerà ad Antonicelli i versi
di "Cartolina a Pavese":
(L'ombra cui allude Antonicelli è quella di Leone Ginzburg che
nel frattempo era morto torturato nelle carceri fasciste).
Già il primo romanzo pubblicato, "Paesi Tuoi", segna l'accentuazione
tragica del paesaggio e dei personaggi che in esso si muovono. I nomi utilizzati per i luoghi non corrispondono alla realtà, anche perché non risulta che Pavese frequentasse questo piccolo paese di collina che probabilmente scorgeva durante i suoi viaggi in treno da Torino per S. Stefano Belbo. La stazioncina di Monticello è ancora come la trovarono i protagonisti di "Paesi Tuoi", Berto e Talino, quando scesero dal treno di Torino per dirigersi verso la cascina della Grangia. "E
dov'è Monticello? - gli chiedo - Di qui non si vede - Avevamo
dietro la testa una collina, bassa come una casa. "Poi
prendiamo una strada più stretta, senza paracarri, che traversava
un prato in salita, e arriviamo alla cascina.
Anche nei racconti le Langhe non si perdono e Cassinasco, paese di alta
collina della Langa astigiana oltre Canelli, è il punto d'arrivo
del racconto "Il mare".
L'importante è aver tentato per sentirsi confermati dell'esistenza
del mare: "Che il mare fosse da quella parte, l'avevo detto io a Gosto. Il ponte di ferro non c'è più ma la casetta della Piana che con Nuto diventerà il luogo centrale de "La luna e i falò", è ancora lì, a mezza strada tra S. Stefano Belbo e Canelli da dove passano i protagonisti del racconto per arrivare fino alle colline di Cassinasco, in una sorta di prova generale per una fuga da realizzarsi in futuro, superate le incertezze adolescenziali. "Arrivai
sotto i pini di Cassinasco verso sera, in un'ora che Gosto doveva essere
già a casa.
Tutt'altra è l'ambientazione del racconto, una pagina di superba
letteratura in cui Pavese rappresenta la simbiosi tra la chiesa, terra,
bosco e gli altri elementi naturali con in sottofondo il controcanto
del dolente motivo della morte.
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| | | Invia questa pagina Reg. Trib. Alba n.11/05 del 16/12/2005 | ![]() |
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